Scriviamo questo articolo in una domenica d’Agosto, ad Oneta.
Quantomeno ci proviamo, perché non è affatto semplice concentrarsi nel mezzo di un via vai ininterrotto di grosse cilindrate che violentano la pace della Valle del Riso, irrompendo barbaramente nelle case, invadendo i boschi e i versanti dei monti.
Il rumore, del resto, non rispetta i limiti di una carreggiata e lo stesso si può dire riguardo alcuni “centauri” del fine settimana.
Chi vive nei pressi di un passo di montagna o vi transita rispettando i luoghi che attraversa e la gente che vi abita, avrà almeno una storia da raccontare su aspiranti Valentino Rossi lanciati sulla linea di mezzeria, nel mezzo di centri abitati o in sorpassi che mettono a rischio l’incolumità di chi li esegue e soprattutto di quanti hanno il pessimo tempismo di incrociarli lungo il proprio tragitto.
Abbiamo letto di limiti severi imposti recentemente in Tirolo (divieto di circolazione alle moto che emettono più di 95 decibel), di controlli intensificati sulle strade montane in Trentino e Alto Adige nel corso dell’estate appena conclusasi, di codici della strada molto più attenti alla sicurezza e al benessere collettivo in Svizzera, Germania e nord Europa.
E poi ci siamo noi, abitanti di territori periferici volutamente abbandonati, di cui ci si ricorda solo nel momento in cui vi si intravedono margini di profitto.
Non vogliamo portare avanti polemiche sterili né futili piagnistei. Siamo seriamente preoccupati per il futuro prossimo dei territori montani.
Per questo condividiamo alcune domande che tendenzialmente non ci fanno dormire tranquilli.
In nome di quale fantomatico “turismo”, permettiamo che le nostre montagne siano terra di nessuno, dove chiunque possa prenderle in ostaggio per qualche ora, alla ricerca di un’emozione forte o di uno scatto da postare sui social?
Nel bel mezzo di tutta la drammaticità di una crisi climatica, in cui il pianeta sta finalmente presentando il conto dopo decenni di attacchi scellerati all’ambiente, con che coraggio ancora si rilanciano progetti totalmente anacronistici, come piste da sci, seconde case, strutture alberghiere, nuove strade e tutto quanto contribuisca a trasformare la montagna in parco divertimenti per cittadini annoiati?
Perché la cultura è scomparsa da ogni strategia politica di cura e rilancio dei territori, fatto che l’ha resa uno dei settori maggiormente in agonia, ancora prima del Covid?
Ed infine, per tornare all’argomento iniziale, siamo davvero certi di non avere un grosso problema a livello sociale, se dopo una settimana di frustrazioni lavorative, problemi familiari e di relazioni, fatiche e insoddisfazioni esistenziali, ci riduciamo a bramare l’effimera liberà di una domenica per rischiare la vita in cerca di un brivido o cercare inutili placebo al dolore in viaggetti senza meta, grandi abbuffate o stordimenti sintetici?