Siamo stati spiazzati dall’apprendere la volontà da parte dell’Ufficio scolastico provinciale di chiudere la Scuola dell’Infanzia di Oneta.
Come associazione culturale Sherwood e Sherwood Oneta abbiamo fatto del restare in montagna e costruirvi progetti di vita la nostra principale missione.
Perché ciò non si riduca a sterili slogan o chiacchere da sognatori non è sufficiente che si abiti in un territorio in quota. Dover affrontare continui spostamenti su gomma per qualsiasi tipo di bisogno o necessità non è compensabile unicamente dall’avere quattro mura a cui tornare, seppur circondate da splendidi monti.
Chiunque abbia scelto di restare o provare a vivere in piccoli comuni alpini, soprattutto se di giovane età, merita di avere le stesse opportunità di chi vive più a valle o per lo meno condizioni dignitose che possano giustificare alcune fatiche che l’abitare nelle “Terre alte” comporta.
A fronte di ciò non è giustificabile per alcun motivo la chiusura dell’unico polo scolastico rimasto attivo e di buona qualità ad Oneta.
Si tratta innanzitutto di un servizio pubblico essenziale e come tale mai dovrebbe obbedire a logiche di profitto o di convenienza economica.
Su una superficie di 18 km² ci sono dieci bambini e bambine dai 3 ai 5 anni di età.
Dieci esistenze, dieci persone in divenire, dieci individui da accompagnare per un tratto della loro vita.
Qualcuno vorrebbe forse convincerci che siano numericamente insufficienti? Che di per sé non costituiscano un’ottima ragione per continuare ad investire sul loro presente e sul loro futuro, che di conseguenza è il futuro del territorio che li accoglie? O che, ancora più miseramente, la spesa pubblica necessaria per mantenere attiva la Scuola dell’Infanzia non restituisca un rendimento immediatamente quantificabile ed economicamente vantaggioso?
Vantaggio e svantaggio, oggi si ragiona così. Ed ecco che Oneta, come molti altri comuni italiani, ricade sotto molteplici e denigranti definizioni: “area fragile”, “zona marginale”, “comune ad alto svantaggio”.
Ma la marginalità non è mai una caratteristica intrinseca di un luogo ma è una condizione che si produce a seguito di una cattiva gestione dello stesso o peggio a causa di interventi volutamente indirizzati a colpire un territorio per avvantaggiarne un altro.
Così lo smantellamento dei servizi, apparentemente motivato dalla scarsità di “utenti” che ne usufruiscono, non fa altro che creare ulteriori difficoltà e disagi che a loro volta contribuiscono alla sofferta decisione di lasciare il proprio paese, soprattutto da parte dei più giovani; il progressivo spopolamento viene poi utilizzato per giustificare ulteriori tagli; un circolo vizioso che conduce nel peggiore dei casi al totale abbandono dei territori. Che si tratti di periferie montane o urbane, isole, campagne o zone collinari, nessuno può realmente dirsi al sicuro.
Un altro fattore che ci preme sottolineare è l’illogicità di una società che premia e favorisce la densità abitativa, perché chiaramente più sfruttabile per produrre rapidi guadagni.
In realtà, sono proprio i grandi conglomerati urbani e suburbani a causare le problematiche e le tragedie che maggiormente affliggono il mondo occidentale: cementificazione massiccia, industrializzazione diffusa, sfruttamento intensivo di lavoratori, animali ed ambienti naturali, inquinamento, virus e patologie mortali o invalidanti.
L’emergenza Covid ha dimostrato una volta ancora che sono i servizi e le reti territoriali a poter fare la differenza, non certo le grandi strutture e i centri urbani.
Investire sul potenziamento della medicina territoriale, sui piccoli poli educativi diffusi, sulla cultura e la ricerca, su servizi a misura di persona, che tengano conto delle caratteristiche dei comuni montani.
Tutto questo potrà fare la differenza nel breve e medio termine, quando sotto una certa quota le condizioni di vita diverranno sempre più difficili (a causa del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici) e chi avrà fatto la scelta di vivere in montagna e si sarà mobilitato per coltivare il proprio territorio, potrà raccogliere i frutti di questo prezioso lavoro.
Noi ci auguriamo che anche Oneta possa muoversi in questa direzione.